Mercato Navigatori

agostino

icona alimentareicona abbigliamentoSe ci si vuole fare un'idea della storia del mercato di Piazza dei Navigatori la persona con cui parlare è sicuramente il signor Agostino, 83 anni ottimamente portati di cui 50 divisi tra il suo banco di frutta e verdura al mercato e la sua terra, a Monte Migliore diciattesimo del Laurentino. Tre volte la settimana Agostino porta quello che il suo orto produce, ma non è l'unico coltivatore diretto della piazza.

Tra i banchi del mercato

Accanto a lui Mario e Patrizio, rispettivamente padre e figlio.
“Prima il mercato stava sulla strada, su via delle Sette Chiese fino alla metà degli anni Sessanta poi ci siamo spostati sulla piazza – racconta Agostino – eravamo una trentina di banchi oggi siamo circa diciassette quando ci siamo tutti. Io ho iniziato che avevo più o meno vent'anni, aiutavo mio padre insieme a mio fratello, dagli anni Ottanta sono solo. I miei figli si occupano di altro e temo che il banco e l'attività finirà con me”.teresa
Poi ci sono Roberto con la mamma Teresa, un banco di alimentari (pasta, biscotti, marmellate, latte, noci) dal 1989, il macellaio Sandro con la moglie tra gli ultimi arrivati in trasferta da via Gregorio Settimo, la pizzicherina di Massimino con padre e moglie, un pescivendolo. Il tentativo di due signore, Caterina e Cristina (entrambe emigrate a Roma dall'Est) di creare un unico banco che univa collane, centrini, pizzi con verdura, frutta e piante grasse, non ha funzionato e ora si trova solo più Cristina. Da pochi mesi invece ha aperto un nuovo banco, pensato come un vero e proprio negozio di abbigliamento, accessori, scarpe, la signora Tamara. “Avevo un negozio di frutteria qui vicino, ma mi hanno sfrattato e così ho preso in mano questo posto al mercato che avevo 9comprato con mio marito tanto tempo fa, però siccome volevo lavorarci da sola ho scelto di cambiare completamente genere”. E così la signora Tamara ha allestito un piccolo negozietto di abiti da signora, cinture, scarpe, bigiotteria e piano piano le clienti che la conoscevano per la frutta e verdura si stanno incuriosendo anche alla nuova attività. “Ogni tanto passa qualcuno che comprava da me al negozio, mi saluta e poi dice ci vediamo... speriamo che ritornino”.

Il paese di Alice

“Il mercato di piazza dei Navigatori è accanto alla casa dove ha abitato per tantissimo tempo il mio papà. Ovviamente io non c'ero e mio papà era un bambino e, come dice sempre mia mamma, io non ero neanche nella mente degli dei. Non so dire esattamente se il mio papà e la sua 12mamma, che poi è quella nonna Giuliana di cui vi ho già parlato, ci andassero al mercato di piazza dei Navigatori. Forse sì o forse no , forse finivano per andare soprattutto al supermercato... erano gli anni Ottanta quelli. I supermercati la facevano da padrone... almeno così mi hanno raccontato perché io, come ho già detto, non c'ero, non ero neanche nella mente degli dei. Insomma non so dirvi se il mercato mio papà bambino lo frequentasse, di sicuro c'era e magari qualche volta ci passava in mezzo. Ma quello che mi ha fatto veramente uno strano effetto è stato che quando siamo andati a visitare con la mamma il mercato di piazza dei Navigatori mio papà mi ha portato a vedere la sua vecchia casa, quella in cui è cresciuto. Siamo arrivati al numero civico, mi ha fatto vedere il cortile e il campanello però niente di più perché oggi in quella casa ci stanno altre persone. Io non gliel'ho detto ma dentro di me pensavo: “perché non suoniamo, non chiediamo di salire... magari ci trovo mio papà bambino e posso giocare un poco con lui”.

Quattro passi più in là

Due passi fuori dal mercato e siamo su via delle Sette Chiese. Più che una strada, è un enigma, un rompicapo, un fiume carsico, un indirizzo che appare e scompare nella topografia di Roma o cambia senso di marcia - man mano che attraversa grandi arterie come via Cristoforo Colombo, o altri inciampi urbanistici come piazze o rotonde. Ma il suo tragitto è uno dei più percorsi della storia della città, e della cristianità: è infatti quello che pellegrini di tutte le epoche hanno calcato per arrivare dalla Basilica di San Paolo fuori le mura fino a... A questo ci arriveremo tra poco (con un piccolo quiz).

Intanto ci incamminiamo lungo la via, in direzione dell'Appia. La prima tappa che incontriamo nel nostro pellegrinaggio sono le CATACOMBE DI DOMITILLA, o Santa Domitilla, come leggerete all'ingresso: la sua esatta identità ed il suo martirio sono ancora oggetto di studio. Non sono tra le più imponenti di Roma: meritano una visita, ma se passate avanti sarà considerato un peccato veniale, che potrete espiare visitando le non lontane Catacombe di San Callisto.
Qualche metro più avanti però vi imbatterete in uno dei monumenti più importanti della Roma contemporanea, sia dal punto di vista storico che architettonico: il mausoleo dedicato ai MARTIRI DELLE FOSSE ARDEATINE. La storia è nota, ma vale la pena di essere ricordata (e, ancor di più, mai dimenticata): il 23 marzo del 1944 il comando nazista che governa Roma occupata ordina una rappresaglia per l'attentato partigiano che nella centrale via Rasella ha ucciso 33 militari e due civili. Viene stabilito di giustiziare dieci italiani per ogni soldato morto. I nomi furono scelti principalmente tra prigionieri condannati a morte, ebrei in attesa di deportazione e altri detenuti. La condanna fu eseguita il 24 marzo: alla fine i giustiziati furono 335. Il concorso per il monumento destinato a commemorare la carneficina fu bandito nel luglio dello stesso anno, un mese dopo la liberazione di Roma: fu il primo concorso pubblico dell'Italia democratica vinto dagli architetti Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, nonché dagli scultori Mirko Basaldella e Francesco Coccia. E il risultato, che potete vedere davanti ai vostri occhi, è diventato una pietra miliare dell'architettura, non solo italiana. Il grande spazio vuoto, la disadorna pietra squadrata che custodisce il riposo dei 335 martiri, la rinuncia a ogni retorica e magniloquenza di fronte all'orrore hanno fatto scuola, così come l'idea di far condividere al visitatore il percorso delle vittime, per un'esperienza da vivere piuttosto che contemplare (un'esperienza che il presidente Mattarella, appena eletto, ha voluto rivivere come primo gesto pubblico del suo incarico). Secondo molti studiosi, senza questo mausoleo non avremmo il Museo Yad Vashem di Gerusalemme o il Memoriale dell'Olocausto di Berlino, così come li conosciamo.
Se proseguiamo lungo via delle Sette Chiese andiamo a vedere dove la strada va a finire. Che è poi la risposta del nostro quiz. Che è il seguente: quali sono le sette chiese che i pellegrini, secondo una tradizione ripresa e codificata nel '500 da San Filippo Neri, erano tenuti a visitare nella Città Eterna? Di solito chi deve rispondere parte in quarta, snocciolando le quattro Basiliche maggiori: San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo. Ma poi anche i romani iniziano a indugiare. Magari ricordano San Lorenzo, il cuore dell'omonimo quartiere bombardato nel '43 (quello della celeberrima immagine di papa Pio XII con le braccia spalancate, per intenderci). Qualcuno ripesca dalla memoria - o grazie all'intuito Santa Croce in Gerusalemme. Ma sul settimo nome i più cadono. Ed è proprio qui che vi vogliamo portare: a San Sebastiano fuori le mura. (Che poi anche il santo meriterebbe un quiz a parte: come è morto San Sebastiano? Risposta del 99% degli interrogati: trafitto da frecce! Sbagliato! San Sebastiano è miracolosamente sopravvissuto a quel primo martirio, immortalato dai più grandi pittori della storia, tanto che l'imperatore Diocleziano dovette farlo flagellare a morte, per aver ragione della sua riluttanza a morire). Ma se vi abbiamo portato fin qui, non è solo per venire a capo di un paio di domande a bruciapelo. La ragione principale è che nel convento annesso a questa chiesa è custodita l'ultima opera di Gian Lorenzo Bernini: il busto del SALVATOR MUNDI. E la cosa interessante è che lo sappiamo soltanto da pochi anni: per avere un'idea, se foste venuti a Roma per il Giubileo del 2000, nessuno vi avrebbe potuto raccontare questa storia. Lo facciamo noi, in breve. La fantomatica ultima opera del Bernini è rimasta un mistero insoluto per più di due secoli. Finita di scolpire nel 1679 da un artista ormai ottantunenne (morirà l'anno seguente), lasciata in eredità alla regina Cristina di Svezia e poi da questa donata, sempre via testamento, a papa Innocenzo XI Odescalchi, la scultura scompare improvvisamente dai radar nel 1773. Passano Napoleone, il Risorgimento, il fascismo, e ancora niente: nessuna traccia di quel busto del Cristo benedicente così minuziosamente descrito dalle biografie dell'artista, e che secondo i figli del Bernini doveva essere il compendio di tutta una vita. Insomma, un'opera “ultima” per espressa volontà del suo autore, e non per sopraggiunta morte o infermità. Una meditazione sulla vita, un esercizio spirituale oltre che artistico. Dopo due secoli di buio totale, nel 1972 uno studioso americano si dice certo di averla individuata in un museo di Norfolk, Virginia. Un anno dopo, in una cattedrale in Normandia, spunta un suo gemello: per molti si tratta della copia, nota agli studiosi, di un collega e ammiratore francese contemporaneo del Bernini. Mistero risolto? Tutt'altro. Le foto del busto francese colpiscono al cuore gli esperti italiani: troppo bello per essere una copia. E così nel 1999 lo espongono a Palazzo Venezia come originale. Salvo poi ricredersi: dal vivo la scultura rivela le sue pecche. Contrordine compagni: il Bernini avrà anche avuto 81 anni quando ha scolpito il “Salvator mundi”, a quell'età non si può pretendere la perfezione, ma dietro quel Cristo non c'è la mano del maestro. La storia ha però in serbo il colpo di scena finale. Siamo arrivati al 2001, e nel catalogo di una mostra su Papa Clemente XI Albani una foto illustra un busto attribuito a uno scultore palermitano dei primi del '700, custodito in San Sebastiano fuori le mura. Per gli esperti, la visione di questa istantanea è uno choc ancora più potente rispetto a quello di due anni prima. Ma scottati dal caso della copia francese, gli studiosi si precipitano a visionare l'opera dal vivo, complice il fatto che, rispetto a un viaggio in Normandia, arrivare sull'Appia antica è una piacevole gita fuori porta. Il responso è definitivo: è lui. Il mistero è risolto. E' il Cristo “perduto” del Bernini. Non ha mai lasciato Roma. Anzi, probabilmente negli ultimi 300 anni potrebbe non aver percorso più dei sei chilometri e mezzo che separano i palazzi nobiliari del centro dalla chiesa fuori le mura. Non vi descriviamo l'opera. Lasciamo a voi l'incanto. Chiudiamo solo con una nota: sarà per la prudenza indotta da tante vicissitudini, clamorose scoperte e ancor più clamorose smentite, ma i frati che gestiscono San Sebastiano hanno scelto decisamente il basso profilo. E così troverete il testamento marmoreo del genio del Barocco intento ad osservarvi - quasi clandestino - da un'oscura nicchia nell'ingresso del convento.


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