Mercato Savoia

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icona alimentareicona abbigliamentoLa concorrenza dei supermercati tutt'intorno è, a detta dei commercianti del mercato Savoia, sleale. “Sono tanti, circa una decina, hanno aperto anche dove non potevano. L'ultimo soltanto prima di Natale...” Però non si limitano a lamentarsi, la settantina di verdurai, macellai, panettieri, droghieri, merciai, fiorai: cercano di strappare clienti ai vari supermercati con il sorriso, la chiacchiera amica, la qualità dei prodotti, qualche offerta e persino i carrelli con moneta (in stile market).

Tra i banchi del mercato

Da poco il mercato ha subito una profonda ristrutturazione: l'edificio a due piani che ospitava al piano terra i commercianti in frutta e verdura e al secondo piano in balconata tutti gli altri esercizi, compreso il bar, è stato ripensato piazzando i box tutti al livello della strada, mentre al secondo piano dovrebbero trovare spazio uffici del Comune e magazzini per i commercianti.
“Un mercato su due piani è piuttosto scomodo – racconta la signora Ada, un banco-negozio triplo di abbigliamento, intimo e biancheria per la casa – Io ci sono fin dall'inizio, eppure ancora mi capitava che qualcuno arrivasse per la prima volta al secondo piano e chiedesse: 'Quando avete aperto?'”.10
E' la signora Ada, memoria vivente del mercato Savoia, a raccontarcene la storia. Il mercato al coperto in piazza Gimma nacque dalla fusione di altri due, quello di via Tripolitania e quello di viale Eritrea. “Io avevo ereditato la licenza da una mia zia all'inizio degli anni Sessanta – racconta – Poi nel '70 mi sono sposata e ho chiuso per qualche mese. Nel giugno del '71 si è inaugurato il nuovo mercato, io ci sono entrata in luglio e ho preso uno dei box peggiori, a spicchio, perché gli altri erano già stati assegnati. Poi con gli anni ho acquistato altre licenze e ho preso altri box e mi sono allargata, per offrire al cliente “dal calzino al cappotto”, come mi piace dire”.
Il banco della signora Ada non è l'unico a sembrare più un negozio che una bancarella: c'è quello dedicato a “tende, bigiotteria, borse e pantofole”, quello a confetti, bonbon e prodotti per realizzare bellissime torte, oltre che naturalmente pescherie, macellerie, panetterie e salsamenterie. Come quella di Mauro e Stefania, che hanno ereditato il banco dal padre di lui, un signore che fa bella mostra in una foto d'epoca dietro al bancone.
7Tra i banchi di frutta e verdura c'è veramente l'imbarazzo della scelta. Colpisce quello della famiglia Giolitti che, oltre a ortaggi e frutta di ogni genere, offre prodotti già pronti per essere conditi o saltati in padella (carciofi puliti ma anche affettati, insalate miste pulite e lavate), oltre che frutta secca, olive, pomodori secchi.
Tra i coltivatori diretti provenienti dalla Sabina e dalla provincia di Latina c'è la famiglia Silvi (padre, madre, nuora), che porta la frutta, gli ortaggi, l'olio da Palombara Sabina due giorni alla settimana, il venerdì e il sabato. “Prima venivamo tutti i giorni, ma ora si vende meno – racconta la signora Antonietta - e allora abbiamo scelto di prendere meno operai in azienda, lavorare noi la terra fino al giovedì e venire al mercato solo due giorni, quelli più affollati”. Una scelta fatta da molti della Coldiretti.
Per un mazzo di fiori, un vaso o una piantina poi si può andare da Mimma, box 31, che ti manda a casa con tutti i consigli su come far prosperare il proprio acquisto. Chi poi ha bisogno di un aiuto maggiore può far affidamento sul marito Franco, che si occupa di manutenzione di terrazzi e giardini.

Il paese di Alice

“Il giorno in cui sono stata al mercato Savoia era un giorno speciale. Tutti i banchi, anche quelli dei pesci, delle carni, degli ortaggi erano decorati con dei curiosi fiorellini gialli che non avevo mai visto. Con un profumo dolce e intenso che non avevo mai sentito. Ho capito subito che era un giorno speciale.14
Forse si festeggia l'arrivo della primavera mi sono detta, perché in qualche banco, quelli dei contadini, c'erano anche dei bellissimi rami di fiori di pesco.
E poi ho fatto attenzione che sia tra i clienti che tra i commercianti c'era chi diceva “Auguri! Auguri!” E qualcuno lo ha detto anche alla mia mamma e poi persino a me. E solo alla fine la mamma mi ha spiegato: “Oggi è la festa delle donne e quindi anche un po' la tua”.

Quattro passi più in là

Il mercato di piazza Gimma si trova nel cuore del cosiddetto “quartiere africano”, il gomitolo di strade che si srotolano tra la via Salaria e la via Nomentana e che portano nomi legati alla tormentata e ben poco gloriosa esperienza coloniale italiana (Gimma è una delle principali città dell'Etiopia). Ma il monumento simbolo del quartiere si trova nell'unico luogo che sfugge alla regola toponomastica, richiamando invece l'epoca di ben altro impero, quello romano. Stiamo parlando della SEDIA DEL DIAVOLO, che troneggia – è proprio il caso di dirlo - su piazza Elio Callistio. Il nome della piazza deriva da uno schiavo che - liberato dall'imperatore Adriano – fece abbastanza fortuna da potersi permettere un monumento funebre a due piani, decorato con statue e pavimenti a mosaico. Ma come si è arrivati al nome “luciferino” del monumento, tramandato fino ai giorni nostri? Come spesso accade, è bastato che l'incuria incontrasse la fantasia popolare: e così, quando il tempio dell'ex liberto divenne rudere, e una parte della facciata crollò lasciando in piedi soltanto una forma simile a un gigantesco trono, ben presto il passaparola fece sì che a sedercisi sopra fosse il diavolo in persona. Per comprendere meglio questa leggenda, bisogna immaginare questo angolo di Roma come si presentava fino a poco poco più di un secolo fa: ovvero come una vasta campagna bagnata dal fiume Aniene e movimentata da piccole colline. Proprio in cima a una di queste sorgeva la sedia. E così l'hanno ritratta i molti pittori romantici che perlustravano i dintorni della capitale per immortalare la struggente decadenza dei suoi ruderi, nel frattempo divenuti riparo per pastori e vagabondi di ogni sorta. Probabilmente sono stati proprio i fuochi accesi di notte da questi sbandati – visibili anche dalle ville del centro città – a suggestionare i romani, facendo loro immaginare riti satanici e altre stregonerie.

Non manca di citare la “sedia del diavolo” uno dei principali poeti e studiosi delle tradizioni popolari romane, Giggi Zanazzo: in uno dei suoi testi sul folklore cittadino, il maestro di Trilussa descrive minuziosamente l'itinerario per giungere al rudere (o all'osteria che si trovava di fronte...), raccomandandosi di percorrere la via Nomentana fino a superare la chiesa di Sant'Agnese, prima di svoltare a sinistra, restando dal lato della basilica. Allora ne approfittiamo per seguire le indicazioni al contrario, salutando il diavolo per andare a visitare il complesso monumentale di SANT'AGNESE FUORI LE MURA. Alla basilica – dedicata alla giovane vergine e martire cristiana uccisa a fil di spada per volere dell'imperatore Diocleziano – è legata la storia di un'altra sedia, tutt'altro che diabolica. Anzi, miracolosa. O almeno, così la definì la rivista dei gesuiti “La civiltà cattolica”, commentando l'incidente occorso a papa Pio IX il 12 aprile del 1855. Quel giorno il pontefice era andato a visitare alcuni scavi archeologici sulla Nomentana e si era fermato a pranzo a Sant'Agnese, dove nel pomeriggio avrebbe incontrato gli allievi del Collegio “de Propaganda Fide”. Nella canonica, al cospetto di sei cardinali e di centodieci giovani rigorosamente in fila per baciare il piede di Sua Santità, avvenne l'imprevisto: il pavimento cedette sotto il peso della folla e la trave maestra si spezzò trascinando i presenti in una voragine profonda quasi cinque metri. Ma il papa restò incolume. Come fu possibile? Lasciamo che a raccontarcelo sia la stampa dell'epoca: “.. sembra che, (…), il Papa con tutta la sedia venisse insieme colla trave a terra, dove la sedia medesima (mirabile provvidenza!) rovesciatasi sopra il Santo Padre, senza offenderlo per nulla, gli servì anzi come di tetto a difesa del capo e di tutta la persona dai cadenti rottami. Il certo si è che Sua Santità non ebbe nel cadere la menoma offesa, e né anco una leggera scalfittura; cosa che pare incredibile a chi conosce l'altezza, e il pericolo della caduta. Non è perciò possibile attribuire ad altro che ad una specialissima provvidenza del cielo questa veramente prodigiosa incolumità della persona del Santo Padre...”.
Oggi la sedia “miracolosa” non è esposta tra le reliquie e i cimeli, ma il visitatore della basilica avrà di che consolarsi: il complesso monumentale ospita infatti le catacombe della Santa, i ruderi di una basilica del IV secolo e il Mausoleo di Santa Costanza (che in realtà santa non era, e non si chiamava nemmeno Costanza: si trattava di Costantina, la figlia del primo imperatore convertito al cristianesimo).

Dopo questa visita, dovreste aver completamente esorcizzato gli influssi del diavolo, e siete pronti per muovere i vostri passi verso la via Salaria, e prepararvi ad ammirare una delle più commoventi testimonianze della cristianità: la più antica immagine di Maria Vergine con il Bambin Gesù mai arrivata fino a noi. Risale all'inizio del III secolo dopo Cristo, e si trova nelle CATACOMBE DI PRISCILLA. Le fonti antiche non aiutano a chiarire l'esatta identità di questa donna, per alcuni identificata nella moglie di tale Aquila, che ospitò San Paolo durante soggiorno dell'apostolo a Corinto; secondo altre tradizioni, si trattava invece della Priscilla moglie di Manlio Acilio Glabrione, che accolse nella sua villa sulla Salaria l'altro patrono di Roma, San Pietro. Di sicuro, le catacombe oggi ospitano le spoglie di sette successori di Pietro, una concentrazione tale di pontefici che valse al complesso di cubicoli e cappelle il soprannome di “regina delle catacombe”. E proprio in una di queste cappelle si può ammirare – sul soffitto di una nicchia, aggredito dalle crepe di stucchi ormai scrostati – il ritratto di una Madonna che tiene in braccio il suo bambino, mentre un profeta accanto a lei addita una stella. Mai nessuno prima nella storia aveva ritratto questa scena, non in primo piano. O almeno, non è ancora stata trovata un' “antenata” di questa rappresentazione. E se proprio cercate un'immagine ancora più antica di Maria con Gesù, beh, non dovete comunque andare lontano: nella cosiddetta “Cappella Greca” delle stesse catacombe si può riconoscere un' “Adorazione dei Magi” che gli studiosi datano alla fine del II secolo. Sulla destra della scena, una donna a capo scoperto mostra un bimbo in fasce alle tre figure che si avvicinano camminando in fila, e ancora mostra al visitatore del XXI secolo la prima immagine mariana di cui si abbia notizia.


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